Come in Jurassic Park

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23 Apr

L’eccellenza è tenere unito ogni perché

Generalmente siamo portati a pensare ai fossili come a qualcosa che è ormai morto ed utilizziamo il termine “fossile” quando vogliamo descrivere qualcosa di irrimediabilmente vecchio e, dunque, inutilizzabile. La narrativa ci ha insegnato che, invece, le cose non stanno esattamente così e che non bisogna sottovalutare la proprietà genetiche di un fossile e la loro permanenza nel tempo.

Gli appassionati della saga di Jurassic Park ricorderanno che fu possibile ridare vita a numerose specie di dinosauri clonando il DNA di dinosauro rintracciato nel sangue di dinosauro conservato nell’apparato digerente di una zanzara che aveva punto proprio un dinosauro prima di rimanere incollata e imprigionata nelle resina di un albero, resina che sarebbe diventata l’ambra che a sua volta avrebbe custodito il fossile della zanzara. I fossili vivono dunque o possono rivivere.

Ma i fossili non appartengono soltanto al regno vegetale e a quello animale. Anche nel regno, ben più immateriale, della linguistica esistono dei fossili che hanno la forma di parole apparentemente morte. E se, nel caso delle parole, “vivono o possono rivivere” può essere considerata una metafora azzardata, potremmo allora dire, più asetticamente che i fossili delle parole, i fossili linguistici, continuano a raccontarci delle cose, a produrre i loro effetti anche a distanza di migliaia di anni.

Immaginate di incappare in una antica inscrizione custodita da una corazza di ambra e immaginate che, una volta tradotta, si riveli essere la seguente: “L’eccellenza è tenere unito ogni perché”. E immaginate debba toccare a voi, Indiana Jones vostro malgrado, doverne decriptare il significato più attuale…

A partire da questa traccia, in questi seminario cercheremo in tre fossili linguistici, in tre parole morte (cioè in tre parole che appartengono a lingue ormai morte, non più utilizzate né utilizzabili) il DNA di alcune questioni cruciali che caratterizzano le relazioni di cura e la cura delle relazioni. In questo esercizio di archeologia linguistica faremo un percorso che è esattamente il contrario di quello che siamo abituati a fare: anziché muovere dalle questioni della realtà per cercare le parole che le descrivono, che le spiegano, che le rendono utilizzabili e risolvibili, anziché fare l’esercizio sacrosanto di cercare la parola giusta per quella specifica questione, muoveremo da una immaginaria antica inscrizione, e da tre parole (morte) ad essa collegate, per scoprire perché facciamo determinate cose, perché non possiamo fare a meno di ragionare in un certo modo, perché ci poniamo alcuni problemi, perché alcune questioni ci condizionano. E se era vero, a suo tempo, che l’eccellenza è tenere unito ogni perché.

Ovviamente non “cose” e “questioni” in generale ma cose e questioni della cura e delle relazioni. Cose e questioni di cui spesso scopriamo l’esistenza solo grazie al DNA delle parole morte, cose e questioni che spesso ignoriamo (nel duplice senso del non conoscere affatto e dell’ignorare volutamente) nonostante caratterizzino fortemente le relazioni di cura.

Un motivo di ulteriore interesse nei confronti delle conseguenze attuali delle parole morte è dato dal fatto che tali conseguenze si riverberano anche nelle relazioni familiari, con particolare riferimento alla relazione tra genitori e figli e tra figure adulte/genitoriali/educative in generale e resto del mondo. Questa circostanza conferisce carattere circolare e riflessivo alla materia in questione: la cura delle relazioni sta alle relazioni di cura come ciascuna delle parole morte ci mostrerà.

Un ultima indicazione sul contenuto del lavoro che faremo in questo seminario: a ciascuna parola morta, a ciascun fossile, corrisponde un binomio di parole vive: sei parole, dunque, solo apparentemente organizzate per opposizioni semantiche, ciascuna delle quali apre numerose questioni epistemologiche, metodologiche e deontologiche. Compatibilmente col tempo a disposizione ne svilupperemo alcune anche utilizzando le esperienze concrete delle/dei partecipanti.

Felice Di Lernia

 

Bibliografia

Di Lernia, Epistemologia delle regole, in A. Bellomo, V. Orsi, Prevenzione Riabilitazione Integrazione Sociale, WIP Edizioni, 2011

Di Lernia, La presa in carico dell’utente, in (a cura di) B. Bussotti, R. Attanasio, L. Brunini, D. Recchia, C. Spina, Mettersi in gioco, Sviluppo Locale Edizioni, Roma 2010

F. Di Lernia, Ho perso le parole. Potere e dominio nelle pratiche di cura, La meridiana, 2008

Di Lernia, Il paziente oncologico e chi si prende cura della malattia in AAVV, Il paziente oncologico e la malattia per immagini, IRCCS Ospedale Oncologico Bari, 2004

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